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«Per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti». Questa la frase-chiave con cui Emmanuel Macron ha annunciato – con la scelta scenografica di farlo nella base sottomarina dell’Île Longue avendo sullo sfondo il sommergibile nucleare Le Téméraire – l’aumento dell’arsenale nucleare francese e l’ipotesi di un ombrello atomico per otto paesi europei. Nel 2026 risuona come un’ammissione di fallimento collettivo: si sta tornando alla (il)logica del terrore reciproco, e lo facciamo chiamandolo «autonomia strategica europea».
Patrice Bouveret e Jean-Marie Collin di Ican France avevano anticipato la gravità di questo passaggio in un editoriale su Le Monde: «Il tabù nucleare si sta erodendo, e la Francia ne porta una parte di responsabilità». Un’erosione silenziosa, «per accumulo di dichiarazioni e scenari che rendono progressivamente accettabile ciò che dovrebbe restare impossibile». Parole che descrivono con precisione il meccanismo di lento scivolamento che normalizza uno scenario di distruzione totale.Il punto di svolta risale al discorso di Macron alla Sorbona nel 2017, con l’appello a una «cultura strategica comune» europea.
Da lì, passo dopo passo, la Francia ha lentamente aperto un vaso di Pandora, e oggi ne vediamo gli effetti: in Belgio, Polonia, Scandinavia e Germania politici ed analisti invocano apertamente l’acquisizione di armi nucleari. Persino il presidente di Airbus, durante la Conferenza di sicurezza di Berlino del novembre 2025, ha proposto programmi europei di armi nucleari tattiche. Se i produttori di armi fanno lobbying per l’atomica, è evidente in quale stagione pericolosa siamo entrati.
La narrazione di Macron si fonda su un sillogismo apparentemente inattaccabile: il mondo è più pericoloso, gli Usa meno affidabili, dunque l’unica sicurezza “vera” è quella nucleare. Ma, come ricordano Bouveret e Collin, «la dissuasione si basa su una costruzione teorica non verificabile, fondata sull’ipotesi di una razionalità permanente degli attori e sull’assenza di errore umano». Gli incidenti della Guerra Fredda ci ricordano invece che il disastro totale in molti casi è stato evitato per pura fortuna. Aumentare le testate non riduce questo rischio: lo moltiplica.
C’è poi il vuoto di democrazia. Una scelta che riguarda la sopravvivenza stessa di popoli e comunità non è stata discussa in nessun parlamento, ma decisa da un presidente e dalla sua cerchia ristretta. Macron ha anzi chiarito che non ci sarà «alcuna condivisione della decisione finale»: gli otto Paesi eventualmente aderenti a questo nuovo «ombrello nucleare» ospiteranno testate sul proprio territorio, assumendosi tutti i rischi, senza voce in capitolo sull’utilizzo. In uno Stato che si dice democratico e responsabile un tale cambiamento non dovrebbe avvenire in silenzio: i cittadini devono essere pienamente consapevoli delle conseguenze. Una richiesta di democrazia elementare.
In questo scenario come potranno le diplomazie francese ed europea difendere (anche solo retoricamente) l’idea di non-proliferazione alla ormai prossima conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione, mentre aumentano il peso delle proprie armi nucleari? La risposta è: non potranno. Perché il messaggio concreto che stanno inviando al mondo è devastante: le armi nucleari sono strumento decisivo della politica di potenza, chiunque voglia essere al sicuro deve averle.
La frase più inquietante del discorso è la chiosa finale: il prossimo mezzo secolo sarà «un’era di armi nucleari». Una resa incondizionata alla minaccia di distruzione totale come se decenni di diplomazia, campagne per il disarmo, trattati e testimonianze di sopravvissuti (sia gli hibakusha giapponesi che le popolazioni dei luoghi in cui si sono svolti i test) non fossero mai esistiti. L’Europa che si dice dei diritti e della cooperazione meriterebbe un dibattito democratico vero, non un presidente che davanti a un sottomarino nucleare annuncia un futuro sotto ricatto nucleare, chiedendoci di applaudire.
Francesco Vignarca, il manifesto, 4 marzo 2026

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