lunedì 7 settembre 2026

A proposito di beni comuni, pubblici amministratori e conflitti.

Una nota sulle ultime dichiarazioni: la comunicazione estiva di altre nuove trasformazioni urbane. E la felice cronaca di una vicenda bolognese, vecchia cinquant’anni.

La notizia di apertura de L'Unità - Bologna, 25 novembre 1979

Nel mese di luglio si è tornato a parlare di Passante, e dopo un tempo di significativo stallo (in un’ambiguità che poteva lasciare intendere magari anche l’abbandono definitivo di un progetto oramai invecchiato, se non già vecchio) alle parole sono quasi inavvertitamente seguiti i fatti. Matteo Salvini, Michele de Pascale, Matteo Lepore e Arrigo Giana (ad di ASPI) hanno finalmente firmato il Protocollo di Intesa – l’ennesimo! – sul Passante. Si è trovato, dunque, un accordo: tra opere di adduzione sul territorio finanziate da ASPI e un ridimensionamento dell’intervento, che ora interesserebbe solamente la tangenziale. Il costo previsto – per ora – è di 2,3 miliardi di euro: un risparmio – si dice – rispetto ai 3,5 miliardi ipotizzati nel 2022, lontano però dai primissimi 650 milioni del 2016. Dal MIT, il Sindaco Lepore è uscito soddisfatto. Ha ribadito la «straordinaria importanza» di questa grande opera ed ha auspicato il tempestivo inizio dei lavori: nella primavera del 2027. 

Poche settimane dopo, un secondo annuncio. Bologna FC e Bologna Fiere sono intenzionate a costruire uno stadio nuovo per la capienza di oltre 32 mila posti: un impianto pensato e voluto anche «per altre attività fieristiche, teatrali» che ribalta la decisione, precedentemente presa, di ristrutturare il Dall’Ara. L’investimento gira, adesso, attorno ai 250-300 milioni di euro e cade in zona Fiera. Un’area che, a detta di Lepore, «ha una vocazione da sempre» e che, per questo, «sarebbe stata trasformata.» Realtà, a quanto pare, inevitabile.

Un’altra area recentemente discussa è quella dell’Ex Caserma Sani. In un’interessante ultimissima revisione del progetto, il Sindaco ha detto di volere realizzare in questi dieci ettari «un campus universitario internazionale che si ispiri alla Cité Universitaire di Parigi.» Era già suggerimento e desiderio di Romano Prodi – dice – e lui lo vuole accogliere e rinnovare. A suo vedere, magari un passo indietro (una concessione?) rispetto alla destinazione precedentemente pensata in accordo con Michele de Pascale (alloggi riservati ad infermieri e poliziotti). Stavolta Lepore ha introdotto un elemento inedito: si impegna a salvaguardare i 391 alberi per i quali, nel piano del 2021, era previsto l’abbattimento con la conseguente edificazione di residenze private e attività commerciali. 

In ultimo, ma c’è sicuramente tanto altro, meritano una qualche attenzione anche le interviste rilasciate dall’Assessore all’Urbanistica. Raffaele Laudani ha prima commentato la decisione di costruire due nuovi hotel di lusso in centro a Bologna sostenendo che «abbiamo bisogno di diversificare l’offerta in città. Manchiamo nell’altissima fascia, mentre invece abbiamo molte offerte medie.» Poi, discutendo in merito all’area in cui si era pensato di collocare lo stadio temporaneo, si è rivolto ai cosiddetti «detentori dei diritti edificatori» dicendo loro che «potrebbero farli valere domani, sono accordi precedenti.»

Un’estate calda, insomma. Tra progetti ripresi, accantonati e qualche volta addirittura stravolti. 

Alcune obiezioni, però. Queste ultimissime dichiarazioni estive sono espressione di una classe dirigente inadeguata e incapace di rispondere alla crisi climatica e sociale in cui ci troviamo. 

La firma del Protocollo di Intesa sul Passante di Mezzo insiste stupidamente su di un progetto inutile a quanto si propone: la fluidificazione del traffico non passa attraverso la costruzione di nuove strade che sono piuttosto ulteriore incentivo al trasporto privato su gomma, e quindi causa di inquinamento. Questa grande opera andrebbe piuttosto a sottrarre risorse pubbliche e private necessarie per una mobilità realmente coerente con la conversione ecologica. 

La decisione di costruire uno stadio nuovo è ugualmente irricevibile: disattende il programma di mandato che prevedeva la ristrutturazione del Dall’Ara (e del suo patrimonio storico), ammettendo una spesa maggiore rispetto a quella precedentemente ipotizzata e già considerata impegnativa. Il destino del vecchio Dall’Ara viene omesso dal discorso, e l’intera operazione si motiva nell’interesse di un’attrattività (il nuovo dogma!) che ha beneficiari ben selezionati. 

Relativamente all’Ex Caserma Sani, le ultime uscite pubbliche di Lepore contenevano evidenti contraddizioni. Il Sindaco dice di ritenere superato l’accordo di programma siglato da Cassa Depositi e Prestiti e Comune nel 2021 (con lui ancora assessore), si disallinea finemente dalla posizione di de Pascale e, per la prima volta, riconosce il valore ecosistemico dell’area. Un inedito che  va incassato, ma che non basta a riparare all’inadeguatezza e all’insufficienza politica che l’Amministrazione Comunale ha espresso in rapporto a quest’area e alle altre numerose aree dismesse sul suo territorio: consentendo attendismi che abitualmente si protraggono fino al sopraggiungere di quei validi investitori, capaci (loro, sì) di mettere mano e soldi ad aree prima invisibilizzate nel tessuto urbano e, quindi, sottratte alla comunità quando non sono più riconoscibili come Bene Comune. 

I riferimenti possibili a trasformazioni urbane e territoriali mal condotte potrebbero essere ancora numerosissimi. Presentando, da copione, i medesimi elementi: poteri pubblici esautorati, confronto popolare inibito, predominio dell’interesse privato e disinteresse per la questione ambientale. 

Con questo quadro sottomano, ben evidenziato da chi non si accomoda a questa impostazione di governo e rivendica un modello di città che sia presupposto per una qualità di vita dignitosa, viene da domandarsi quale fine abbia poi fatto il buon governo emiliano, quella tradizione a cui l’attuale classe dirigente orgogliosamente dice ancora di ascriversi.

Non ci proponiamo - non in questo testo – di rispondere puntualmente alla domanda: di definire quali continuità e quali discontinuità contraddistinguano la storia del governo di questa città. Possiamo, però, fornire uno spunto e riportare – stavolta sì, in questo testo - un vecchio caso di rigenerazione urbana, sicuramente bolognese, ma al contempo espressione di un contesto sensibilmente diverso. 

La vicenda è relativa all’Ex Manifattura Tabacchi di Bologna, tra via Riva Reno e Azzo Gardino. A partire dagli anni ’60, con il trasferimento della produzione nella prima periferia della città, si pose il tema di riutilizzazione dell’area oramai dismessa. A fine anni ’70, l’Amministrazione Comunale acquisì finalmente l’area dall’Azienda Monopoli di Stato. Oggi, l’Ex Manifattura Tabacchi risponde formalmente ad un altro nome – Manifattura delle Arti – e di fatto la si conosce e frequenta per il cinema e per il parco: ospita la Cineteca di Bologna e contiene l’area verde 11 settembre. 

Crediamo che recuperare questa vicenda possa avere un suo senso. Perché il passaggio di proprietà dell’Ex Manifattura Tabacchi da area demaniale ad area comunale, da spazio dismesso e quindi abbandonato a, in seguito, struttura pubblica e grande parco urbano ha un segno preciso. Ripescando alcune pagine di giornale (la edizione bolognese de L’Unità) di quegli anni, specificatamente del 1979 e del 1980, è possibile ricostruire il quadro della vicenda: benché nella sua ultima fase, e magari anche secondo una prospettiva di parte, vista la fonte.

Sappiamo che nel 1969, il Comune di Bologna (con l’allora sindaco Guido Fanti) inserì nel piano per il centro storico l’obiettivo di acquisire come patrimonio pubblico i quasi 90.000 m2 di aree e di edifici del comparto dell’Ex Manifattura, 25.000 m2 dei quali di proprietà dell’Azienda Monopoli di Stato, e che nei primi anni ’70 venne deliberato l’acquisto del complesso immobiliare. 

Gli articoli di giornale riportano l’interesse che cittadini e forze politiche diverse manifestarono per la destinazione e l’impiego dell’area. Sono significative la elaborazione e l’approvazione da parte della commissione urbanistica del Quartiere Marconi (a presidenza DC!) di un progetto volto a realizzare un centro civico negli edifici prospicienti Via Riva Reno, attività sportive nell’Ex Macello, un «museo protoindustriale e portonavale» nell’Ex Salara e residenze negli edifici di Via Azzo Gardino. Obiettivo condiviso era superare la situazione di stallo e lo stato di abbandono in cui erano tenute le aree e gli immobili.

Sulla pagina de L’Unità-Bologna del 4 novembre 1979, il Partito comunista bolognese (al governo della Città, con sindaco Renato Zangheri) denunciò la «vergognosa latitanza del Ministro delle Finanze e del Governo», quando già l’Amministrazione cittadina aveva fatto richiesta di acquisizione e di affittanza (o di cessione anche temporanea) dell’Ex Manifattura. 

Sempre su L’Unità (20 e 22 novembre 1979), segue il resoconto della discussione tenutasi in Parlamento. In quella sede, Armando Sarti (onorevole del PCI e a lungo assessore cittadino) pronunciò un’interpellanza per il trasferimento effettivo dell’area dal Demanio al Comune di Bologna, cui dovette rispondere il sottosegretario Giuseppe Amadei (già dirigente dell’Azienda Monopoli di Stato). A motivare la richiesta bolognese, oltre alla domanda di utilizzo del patrimonio pubblico ancora inaccessibile, veniva sottoposta al Parlamento anche l’urgenza di svolgere lavori di bonifica igienico-sanitaria. In quel frangente, la cronaca di giornale dà notizia di una prima manifestazione lanciata dal Partito Comunista: tra i presenti, il deputato Sarti e l’assessore comunale Elio Bragaglia. Il 24 novembre 1979, il corteo entrò nell’area dell’Ex Manifattura: un’occupazione simbolica che indicò la volontà di riappropriarsi di un patrimonio pubblico. Seguirono altre iniziative e dal dicembre, nei fine settimana, si programmarono «giornate di impegno collettivo e pulizia dello spazio.» Nel gennaio del 1980, L’Unità brinda ad un primo successo. Una delegazione bolognese aveva incontrato il Ministro delle Finanze Franco Reviglio e gli esponenti della Direzione generale dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato. In quell’occasione, il Comune di Bologna venne «autorizzato ad accedere […] nella zona del complesso immobiliare dell’Ex Manifattura per l’opera di bonifica e per il consolidamento degli immobili»; poi si predispose che venisse aggiornata «la stima del bene per avviare la procedura della vendita […] e per fornire gli elementi per la determinazione del canone d’affitto». È del 28 marzo 1980 l’articolo in cui sono riportate le parole del sindaco Renato Zangheri «E’ stato un iter lungo, contrastato. E la firma di oggi avvia il processo conclusivo per la cessione dell’area dell’Ex Manifattura Tabacchi al Comune di Bologna. Un’area che il Comune ha sempre voluto». 


Michela Galeaz, 5 settembre 2026




Una selezione degli articoli usciti sulla cronaca locale: le tesi estive degli amministratori sulle trasformazioni urbane in atto. 

QN - Il Resto del Carlino, 24 luglio 2026

QN - Il Resto del Carlino, 24 luglio 2026

QN - Il Resto del Carlino, 4 agosto 2026

QN - Il Resto del Carlino, 7 agosto 2026

QN - Il Resto del Carlino, 9 agosto 2026

Corriere di Bologna, 18 luglio 2026

Corriere di Bologna, 18 luglio 2026

Corriere di Bologna, 18 luglio 2026

QN - Il Resto del Carlino di Bologna, 13 agosto 2026

la Repubblica - Bologna, 24 agosto 2026




Dall'Archivio storico de l'Unità, la cronaca di una vicenda bolognese vecchia cinquant’anni. 

«Ex Manifattura Tabacchi. Chiediamo quest'area per tutta la città» La pagina di apertura del 25 novembre 1979, in uno dei volumi consultati presso Biblioteca Salaborsa

4 novembre 1979

22 novembre 1979

25 novembre 1979

7 dicembre 1979

9 dicembre 1979

27 dicembre 1979

20 gennaio 1980

8 marzo 1980

28 marzo 1980


Nessun commento:

Posta un commento