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| Il Ponte di San Donnino sulla Tangenziale di Bologna. Senza il Passante, niente tram al Pilastro?! |
Sul Passante di Mezzo a Bologna nessuna indagine della Magistratura è nota. Mentre sul Ponte che dovrebbe collegare Reggio Calabria e Messina, sì. Probabilmente in Emilia Romagna nessuno ha rilevato motivi per procedere legalmente o ha assunto iniziative adeguate. Benché più persone abbiano chiesto, anche in incontri pubblici, come ASPI abbia potuto procedere in assenza del Progetto Esecutivo con abbattimenti di tanti alberi ed arbusti in parchi, giardini ed aree verdi.
Forse la perdita di un così rilevante patrimonio naturalistico non è un grave danno ambientale ed economico arrecato alla comunità bolognese e nazionale? Nella convinzione che la questione non sarà sottovalutata dalle autorità competenti preposte a presidiare al corretto funzionamento delle Istituzioni repubblicane, qui interessa riprendere un punto del ragionamento che Federico Alagna propone su
il manifesto di qualche giorno fa. Assolutamente condivisibile. Il ricercatore della Normale di Pisa scrive: "l’esistenza di un blocco sociale che si nutre del ponte - non soltanto della sua eventuale realizzazione, ma anche della sua interminabile progettazione, dei continui rinvii, dei passaggi procedurali che nel tempo alimentano costi, incarichi, compensi, relazioni e interessi. Tra gli altri, di questo blocco fanno parte, in forme e con ruoli diversi, gli attori della governance tecnico-politica dell’opera: progettisti, consulenti, partiti favorevoli alla sua realizzazione, ampi segmenti di categorie professionali e, naturalmente, la società concessionaria".
La convinzione è che esiste una chiara analogia tra il Ponte sullo Stretto e il Passante di Bologna, in quanto a finalità, interessi e soggetti. Da decenni si pensa di risolvere le questioni dei collegamenti di merci e di persone attraverso lo studio e la costruzione di nuove pesanti infrastrutture stradali. Per quanto riguarda il Ponte sullo Stretto, la promessa è di realizzare un'opera "tecnologicamente avveniristica" e di semplice utilizzo: alla portata di tutti e a vantaggio di turisti, isolani, operatori commerciali e camionisti. A Bologna, il Passante, nelle sue diverse versioni (a Nord, di Mezzo, di Ultima Generazione o a Sud), avrebbe lo scopo di "fluidificare" i traffici del nodo strategico del capoluogo emiliano, continuando a riaffermarne la centralità. Così da soddisfare gli utenti abituali delle autostrade, i beneficiari di investimenti, di offerta abitativa e lavorativa, nonché i grandi gruppi industriali e finanziari interessati a speculazione e profitti. E trascina insieme all'infrastruttura portante (madre) tante altre opere piccole e medie (figlie) che risultano "accessorie" o comunque non primarie ed essenziali per motivare un investimento pubblico (ad esempio la linea del tram fino ed oltre il Pilastro).
Dunque, anche a Bologna, "una questione politica può trovare soluzione soltanto sul terreno della politica". L'affermazione di Alagna marca la necessità di costruire un blocco sociale qualificato su un progetto di società eco-compatibile, capace di una visione che al contempo includa diritto alla salute e diritto alla mobilità meno inquinante. Ovvero Futuri urbani possibili, per dirla con Carlo Cellamare, docente di Urbanistica dell'Università La Sapienza di Roma. Un blocco sociale nuovo, esito della destrutturazione di alleanze consolidate e finalmente promotore di una cultura che risponda ai bisogni umani e naturali del nuovo millennio. Un blocco sociale costruito dal basso, radicato nei quartieri popolari, a partire dai conflitti sociali ed ambientali aperti (Luciana Castellina - lunga vita! - evoca, in questa prospettiva, i soviet e i consigli di zona del secolo scorso).
Pertanto, come i No Ponte caratterizzano il corteo dell'8 agosto con lo slogan "chiudere la Stretto di Messina SpA", similmente i No Passante possono assumere l'obiettivo della rimozione delle reti arancioni che dal 2023 delimitano i cosiddetti "Lotti 0". Sarebbe questo il primo concreto segnale di abbandono delle "ipotesi Passanti" e delle politiche impositive delle "Grandi" Opere. Definire una piattaforma di proposte e rivendicazioni capace di allargare la mobilitazione per conquistare gli investimenti dovuti al trasporto ferroviario, collettivo e intermodale (locale e nazionale!) è tuttavia condizione dalla quale non si può prescindere. E anche qui, si può e si deve concludere: se non ora, quando?
Più che un progetto un meccanismo di governo di Federico Alagna
Sarà stavolta un’indagine che fermerà il ponte sullo Stretto? La domanda ce la siamo fatta altre volte. Adesso il lavoro dei magistrati coinvolge, tra gli altri, un ex consigliere della Stretto di Messina SpA, la società concessionaria incaricata della progettazione, costruzione e gestione del ponte.
Sarà il colpo decisivo? Dipenderà, certo, dagli sviluppi giudiziari. Ma dipenderà, soprattutto, dalla capacità di chi si oppone all’opera di trasformare in argomento politico il quadro che l’inchiesta fa emergere. In altre parole, dall’efficacia con cui i nuovi elementi entreranno nel dibattito pubblico e condizioneranno la percezione dell’opera, dei costi e delle opportunità politiche a essa connesse.
Al di là delle eventuali responsabilità penali che l’inchiesta potrà accertare, le ipotesi di reato, le intercettazioni e le ricostruzioni della procura sembrano infatti corroborare, con tutte le cautele del caso, quello che ripete, da oltre venticinque anni, il movimento che si batte contro la costruzione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. E cioè l’esistenza di un blocco sociale che si nutre del ponte non soltanto della sua eventuale realizzazione, ma anche della sua interminabile progettazione, dei continui rinvii, dei passaggi procedurali che nel tempo alimentano costi, incarichi, compensi, relazioni e interessi. Tra gli altri, di questo blocco fanno parte, in forme e con ruoli diversi, gli attori della governance tecnico-politica dell’opera: progettisti, consulenti, partiti favorevoli alla sua realizzazione, ampi segmenti di categorie professionali e, naturalmente, la società concessionaria.
Senza indulgere ad alcuna forma di giustizialismo, l’indagine della procura di Roma sembra restituire consistenza a questa lettura, smentendo nei fatti la rappresentazione, spesso evocata, di una governance orientata esclusivamente all’interesse pubblico per il solo fatto di essere collocata entro strutture pubbliche. Al contrario, si intravedono dinamiche di carriera, reti di relazioni e interessi convergenti: un blocco sociale, appunto, che guarda al ponte come a un meccanismo di governo (e saccheggio) del territorio, ben più che a una infrastruttura da costruire. E dove, fatalmente, possono finire con il trovare terreno fertile anche dinamiche corruttive – come del resto la storia delle grandi opere insegna.
Tangentopoli, il berlusconismo e tanto altro dovrebbero ormai averci fatto capire che nessuna lotta politica si vince nelle aule di giustizia. Inchieste e procedimenti giudiziari possono contribuire ad accertare responsabilità, rallentare processi decisionali, riparare torti o far emergere dinamiche altrimenti invisibili. Ma una questione politica può trovare soluzione soltanto sul terreno della politica.
Per questo chi si oppone al ponte e intende realmente chiudere questa partita non può limitarsi ad attendere gli sviluppi dell’indagine, confidando magari in un esito favorevole e in un ritrovato buon senso (o puro calcolo) del governo di turno nell’abbandonare l’impresa.
Al contrario, è proprio a partire dalla pubblica esposizione di quei meccanismi – quella rete di interessi materiali e assetti di potere consolidati – che il movimento no ponte denuncia da anni e che l’inchiesta oggi sembra confermare che dovrebbe prendere forma una rivendicazione politica precisa: la chiusura della società Stretto di Messina SpA.
Non perché questo basterebbe, da solo, a cancellare definitivamente la minaccia del ponte, ma perché interromperebbe quella continuità amministrativa, istituzionale e politica che consente al progetto del ponte di sopravvivere da decenni, anche in assenza della fatidica prima pietra, attraversando governi di diverso colore e senza mai essere realmente accantonato.
Non è un caso che lo slogan scelto dal movimento per l’ennesimo corteo no ponte, convocato per il prossimo 8 agosto a Messina, sia proprio «chiudere la Stretto di Messina SpA». Mai come in queste ore viene da chiedersi: se non ora, quando?
(il manifesto, 10 giugno 2026)
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Giuste considerazioni quelle di Alagna e le tue.
RispondiEliminaPure tra differenze da approfondire il rapporto tra amministrazioni locali, partiti politici, piccoli e grandi imprenditori, gruppi multinazionali e finanziari è malato e spesso detta consuetudini e norme che la magistratura assume. Le recenti sentenze di Milano sono allarmanti.
Quindi la via della Politica e dei conflitti sociali è condizione per cambiare una deriva che rischia di ammettere piccoli e grandi illeciti e l'autorità dei potenti sulla sovranità del popolo.
Ciao!
In questo spazio di riflessione dove il margine della propaganda di partito è
RispondiEliminanullo, propongo un argomento connesso.
Il progetto di Passante è arenato e da ciò che capisco non si muoverà niente per almeno un altro anno.
Le due linee del tram che hanno aperto cantieri in oltre mezza città da più anni sono state amputate: niente Castelmaggiore e niente Pilastro.
La suburbana ferroviaria per Portomaggiore si sta interrando con ritardi di oltre due anni e, in attesa di realizzare un solo binario, si ferma da mesi a Budrio, dove i collegamenti con il capoluogo sono possibili solo su strada.
Eppure la documentazione pubblica recita di avvio di linee ferroviarie passanti che hanno incrementato l'utenza.
Non è il caso di discuterne pubblicamente? Tutti gli interessati?
Lucia
Per me uno sguardo alla realtà bolognese davvero perfetto
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