Nei giorni in cui attiviste/i di Resistenze Spaziali e cittadine/i del Quartiere Navile si rendono protagoniste/i dell'ennesima giornata di lotta e di proposta per restituire alla Città intera la ex Caserma Sani nel cuore della Bolognina, in un'area di cantieri che produrranno una profonda trasformazione urbana (vedi sotto l'intervista del Sindaco, Matteo Lepore, al Resto del Carlino), al Quartiere Savena nell'area dell'ex Caserma Perotti all'interno del cantiere - fortezza eretto per costruire la nuova sede della Agenzia delle Entrate di Bologna 2 (che sostituisce l'attuale, in via Larga) e l'Archivio regionale dell'Ente di Stato (successivamente, sui restanti 2/3 dell'area, nuovi edifici residenziali) sono stati abbattuti decine di alberi collocati sul lato nord di via Carlo Marx.
Piante presenti da oltre 50 anni come sanno bene i residenti o i militari di leva che lì hanno ricordi di gioventù.Piante "da tempo abbandonate e malate" rilevano i capi cantiere che operano tra gli scavi e che annunciano "altri importanti abbattimenti". Alla fine "ne resteranno solo tre".
Così funziona anche a Bologna. Più mattoni, cemento ed asfalto e meno natura, alberi e vegetazione.
Qui si parla di Climate City Contract, di anticipare al 2030 l'impatto zero per le emissioni inquinanti da gas serra previsto dalla UE per il 2050, si narra di "Città 30" e di "consumo di suolo zero", di "rigenerazione urbana" ma tutto procede sulla base di vecchie logiche: speculazione, rendita immobiliare, massimo profitto. Ovvero le regole del mercato capitalistico e dei rapporti di forza e di potere presenti.
Contraddizioni e danni scaricati sulle generazioni del futuro.
Secondo le classi dominanti, le loro lobby organizzate, i sindacati, i partiti e le coalizioni di destra e di centrosinistra non è ancora tempo di praticare la rivoluzione democratica indicata dalla Costituzione della Repubblica Italiana e dallo Statuto delle Nazioni Unite, soppiantate nei decenni da pratiche imperiali e nazionalistiche. Anzi, le minacce provenienti da Stati e poteri autoritari e da amici o nemici (a giorni alterni) inducono a rallentare e sospendere gli impegni presi per anni in occasione delle COP, da Kyoto a Rio de Janeiro, a Parigi. Questo è il tempo del riarmo; dei grandi investimenti per la difesa delle "nostre" singole e minacciate nazioni.
La conversione ecologica e la giustizia sociale possono e debbono aspettare.
Un grande inganno. Contro il quale è tempo di ribellarsi e di agire. Per non esporre ulteriormente natura e comunità a guerre e devastazioni inevitabili, ad eventi climatici e conflitti sociali di cui abbiamo avuto solo le prime avvisaglie in questi ultimi anni.
A Bologna come in Italia, nel Mediterraneo e in Europa.
Come sostengono persone di cultura e cittadini delle periferie di tutto il mondo: altri Futuri urbani sono necessari e possibili.
Lavoriamoci insieme.
Con passione, con responsabilità, con determinazione. Ci aspettano mesi e scadenze importanti e nessuno che si propone di vivere o di governare la Città e il Paese può eludere il rilievo primario e strategico di questo confronto.
| Soprattutto colore e arredo urbano ... |
| Piante incapaci di produrre ombra e sollievo dalle ondate di calore ... |
| Piuttosto una ammissione dei mutamenti in atto ed una testimonianza di inadeguatezza nel fronteggiarli con politiche di prevenzione ... |
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| E in effetti un cantiere è aperto nell'area della ex Caserma Perotti, nel Quartiere Savena: per la "realizzazione del polo archivistico dell'Agenzia delle Entrate" ... (21 giugno 2026) |
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| Su via Carlo Marx tutte le istruzioni: committente, autorizzazioni, responsabilità di cantiere, scadenze ... |
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| Il rendering de "gli uffici" che verranno ... dove c'era una Caserma dell'Esercito Italiano |
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| Con le immancabili promesse: "riduzione effetto isola di calore", "aumento del 237% di alberature" ... |
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| Intanto e per almeno alcuni decenni, questo lungo filare di alberi di almeno 50 anni sul lato nord di via Carlo Marx, presente fino a qualche giorno fa ... (4 aprile 2026) |
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| ... è stato abbattuto e la fine dei lavori di cantiere è prevista per il 1 agosto 2028! |
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| I tronchi, i rami ed il fogliame degli alberi abbattuti sono ancora riversi all'interno dell'area recintata dalle alte barriere di new jersey e ferro ... |
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| Un panorama arido di scavi e, più lontano, di alberi ed edifici in attesa di lasciare il posto a cemento, mattoni ed asfalto per un nuovo insediamento residenziale ... |
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| L'area della ex Caserma da via Marx, verso il Deposito bus Tper di via Due Madonne ... |
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| Una vista dei cumuli di terra riportata dagli scavi, delle vecchie camerate lasciate cadere, della vegetazione storica e di quella spontanea cresciuta nei decenni di abbandono ... da via Legnani |
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| Ancora una attualissima immagine da via Legnani con gli alberi e la vegetazione spontanea che rappresenta un patrimonio comune della comunità ... (21 giugno 2026) |
| Pochi percorsi asfaltati, storici edifici e un verde irrinunciabile ... |
| Prati ed alberi ben tenuti ... |
| Anche binari di ferrovia ... |
| Piante secolari ... |
| Alberi ed arbusti ... |
| Un equilibrio da preservare ... |
| Natura e cultura, beni comuni da non disperdere ... (aprile 2026) |
E se una caserma diventasse un parco? di Extinction Rebellion Bologna
Dieci giorni fa è uscito un articolo su Bologna Today in cui viene annunciato che qui a Bologna sono stati attivati otto rifugi climatici in più rispetto ai sedici che erano già stati attivati l’anno scorso. Questi rifugi sono case di quartiere, biblioteche, piccoli parchi, e questa iniziativa rientra nel progetto Bologna Missione Clima, nato da una proposta dell’assemblea cittadina per il clima che si è tenuta a Bologna.
Leggere tutto questo mi ha fatto sorridere, perché noi di Extinction Rebellion sappiamo bene come è andata l’assemblea cittadina per il clima; e lo sappiamo perché siamo stati noi, dopo uno sciopero della fame e lotte durate anni, a far sì che le assemblee cittadine fossero inserite nello statuto del comune e, infine, attuate; ed è con molta amarezza che vediamo, ora, come sono state cooptate e strumentalizzate per un greenwashing ridicolo e di facciata, che nulla fa per salvaguardare davvero i desideri e il benessere di chi abita questa città. Quel che vediamo è la strumentalizzazione di quei pochi spazi che ancora possono dirsi timidamente “verdi” - compresi alcuni sparuti alberelli costosamente piantati in vaso ed esibiti a bella posta nelle piazze del centro, per mostrare quanto green&smart sia questa città all’avanguardia, fra studentati di lusso, vetrine per turisti e un’economia del cibo e del consumo che rode sempre più a fondo la vivibilità della città.
E così la città, lo spazio pubblico per eccellenza, viene divorata sempre di più dagli interessi privati, dalla brama sempre più accesa e spietata di privatizzare e mettere a profitto lo spazio.
Peccato che lo spazio, lo spazio umano, lo spazio politico, non può di per sé essere privatizzato e messo a profitto, se non incorrendo nella sua stessa morte: è questo, infatti, quello a cui stiamo assistendo nella caldissima, sempre più cementificata e turistificata Bologna: la morte del verde, del comune, della vita e dei diritti di chi questa città la abita - e la abita con la determinazione a farne spazio comune e politico.
Le richieste storicamente portate avanti da Extinction Rebellion sono tre: dire la verità rispetto alla crisi eco climatica, raggiungere lo zero netto di emissioni il prima possibile e decidere insieme come effettuare il cambiamento di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Decidere insieme significa decidere attraverso una forma il più vicina possibile alla democrazia diretta, e lo strumento che inizialmente avevamo individuato era proprio quello delle assemblee cittadine, un esperimento di spazi decisionali e deliberativi in cui cento abitanti della città vengono sorteggiate, tenendo conto della demografia urbana, per prendere parte a una struttura decisionale guidata. La prima assemblea cittadina, indetta a Bologna nel 2023, aveva come obiettivo quello di stabilire quali azioni intraprendere per arrivare alla neutralità climatica entro il 2030. Delle oltre trenta raccomandazioni deliberate dall’assemblea, sono state approvate circa una decina di proposte, che non includevano azioni precise ma mere dichiarazioni di intenti, che consentivano quindi all’amministrazione di continuare il suo operato di cementificazione e turistificazione, solo con un colorito un po’ più verde e un po’ più partecipativo.
Vogliamo dirlo chiaramente: noi di Extinction Rebellion Bologna, troviamo ridicolo e offensivo come le Assemblee cittadine sul clima vengano tirate in ballo ora per appoggiare, e giustificare a suon di partecipazione, la scelta di istituire rifugi climatici inutili e insufficienti, mentre l’amministrazione continua ad asfaltare e ignorare il verde esistente, e reprimere chi cerca di resistere alla distruzione; ecco perché siamo qui a rivendicare l’abitabilità di uno spazio verde già esistente, il nostro diritto a farne spazio politico di benessere, cura, verde urbano e convivenza, senza cooptazione da parte del comune, senza la facciata ridicola di una partecipazione ignorata e strumentalizzata.
Se l’amministrazione di questa città tiene davvero al verde urbano, alla salute e alla felicità dei suoi abitanti, allora perché questo spazio enorme e verde giace abbandonato e inaccessibile? Perché l’amministrazione spende tanto denaro pubblico nel piantare alberelli in vaso, nel fare pubblicità e comunicare alla cittadinanza che ci sono i “rifugi climatici” - nient’altro che un modo costoso e paraculo per dire “se entri in una biblioteca c’è l’aria condizionata”, e ancora più soldi vengono spesi per reprimere chi il verde cerca di salvaguardarlo - invece che adoperarsi per rendere fruibile uno spazio verde e comune che già c’è? L’area della ex caserma sani è qui, è alle mie spalle ora, è davanti a noi, è dentro i quartieri che attraversiamo, è dentro la città che abitiamo, fa parte del tessuto di questo spazio pubblico e politico che abbiamo il diritto di vivere. Abbiamo bisogno del verde per vivere bene e per vivere insieme. Quello di cui abbiamo bisogno è già qui. Non ci serve l’ennesima aula climatizzata, l’ennesimo alberello in vaso, l’ennesimo slogan di greenwashing. Gli spazi verdi di questa città sono un nostro diritto: sono nostri, non nel senso che ne
abbiamo la proprietà, ma nel senso che non c’è proprietà che tenga davanti al bisogno umano di vivere in spazi degni, adatti alla creazione del bene comune e, quindi, della nostra felicità condivisa.
Noi siamo qui, questa sera come due settimane fa, come un mese fa, come un anno fa e tante altre volte fa, ad affermare il coraggio della nostra immaginazione, e a chiederci: e se una caserma diventasse un parco? Una cucina popolare? Una biblioteca? tu, come te lo immagini? Io vedo la tua immaginazione, la riconosco, è già qui, ed è già nostra. Riprendiamoci gli spazi! Riprendiamoci i nostri desideri.
Ma non siamo qui solo per questo.
Come ho già detto, le richieste portate avanti da Extinction Rebellion sono tre: dire la verità, fare qualcosa e decidere insieme.
Dire la verità, ormai, è ripetere ciò che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi: a livello locale - basti pensare alle alluvioni in Emilia-Romagna, o al fatto che Bologna è la città europea in cui è più facile morire per il caldo – e a livello globale – dato che sempre più velocemente stiamo assistendo al collasso di ecosistemi fondamentali per la stabilità del pianeta, come la foresta amazzonica, i ghiacciai dell’artico, la corrente del golfo. È una notizia vecchia di qualche mese che il primo punto critico è stato raggiunto: le barriere coralline stanno morendo. Pensateci un attimo: le barriere coralline, che ospitano un quarto della diversità biologica marina, a breve smetteranno di esistere.
La richiesta sul “fare qualcosa” mostra la dimensione del fallimento del movimento per il clima – pensate che, quando abbiamo formulato questa richiesta, chiedevamo di raggiungere lo zero netto di emissioni entro il 2025. Era un periodo in cui sognavamo in grande: in cui il movimento per il clima era il più vivo e dirompente del nord globale, in grado di portare in piazza milioni di persone. Poi c’è stata la pandemia. Poi c’è stata la guerra in Ucraina. Poi il genocidio a Gaza. E ora, il movimento per il clima sembra letteralmente sparito, in un periodo in cui, peraltro, sarebbe facilissimo scendere in piazza per dire una cosa molto semplice, ovvero che rinunciare ai combustibili fossili è una scelta lungimirante non soltanto per evitare la distruzione del pianeta, ma anche per ragioni geopolitiche evident, visto che basta chiudere uno stretto per mettere in crisi l’economia globale.
La domanda è: che fine ha fatto? Dov’è finita la generazione dei Fridays?
La scommessa che stiamo facendo è che il movimento per il clima ha bisogno della caserma Sani per continuare ad esistere, allo stesso modo in cui ha bisogno della lotta degli operai dell’ex-GKN, per fare un esempio importante. Il movimento per il clim ha bisogno di convergere con le altre lotte per sopravvivere, anzi, per rinascere. E, come la lotta degli operai dell’ex-GKN, la caserma Sani è il luogo perfetto per la convergenza delle lotte: la lotta ecologica, perché lì dentro c’è un parco che aspetta soltanto di essere liberato, la lotta per il diritto all’abitare, perché vogliamo che questo spazio sia vissuto dalle persone, e la lotta contro un sistema economico che ci sta portando sempre più rapidamente verso la guerra e il collasso.
Pensateci: questo spazio prima era una caserma, che fu poi dimessa: una volta esaurita la sua funzione militare e di disciplina, è stata abbandonata a sé stessa, chiusa al pubblico, i suoi edifici trascurati, e le piante hanno iniziato a crescere al suo interno, andando a formare un parco e un bosco in modo spontaneo. Una volta esaurita la sua funzione bellica, questo spazio che ospita tantissime specie viventi e offre rifugio a uccelli, lucertole, insetti e impollinatori, è stato automaticamente considerato inutile, e dunque abbandonato. È davvero inutile uno spazio che non può più servire a uno scopo militare? è davvero inutile uno spazio in cui la natura ha ripreso caparbiamente il suo corso, infestando e proliferando, dando vita e spazio a tante specie, creando ombra, ossigeno, bellezza?
Prima che sia troppo tardi - prima cioè che qualcuno decida di mettere gli occhi e le grinfie su questo spazio mettendolo a profitto, distruggendo il verde e la vita che ospita per farne un’ennesima proprietà privata, come sempre più spesso e più velocemente sta accadendo a Bologna, col beneplacito e l’appoggio armato dell’amministrazione comunale - noi ci inseriamo in questo spazio vacante facendone materia e luogo del nostro desiderio di uno spazio comune, verde e vitale. E, in realtà, la caserma Sani è già diventato spazio vitale, uno spazio della nostra immaginazione.
E se una caserma diventasse il suo opposto?
(Bologna, 19 giugno 2026)
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| Claudia e Licia attiviste di Com.Bo un coordinamento di comitati ambientalisti bolognesi ... |
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| Uno striscione appeso nel giardino di via Parri, all'esterno della ex Caserma Sani ... |
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| ... ed uno che scende da uno degli edifici interni alla ex Caserma: "riprendiamoci gli spazi"! |

















In effetti le aree ex demaniali e militari mantengono tanto verde. Per le città sono un patrimonio prezioso. Quasi c'è da augurarsi che rimangano in quelle mani piuttosto che finire al centro di progetti di amministratori che vendono beni comuni ai privati per realizzare opere di dubbio valore pubblico.
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