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| Slide di apertura del percorso intentato dall'Amministrazione Lepore (2025-2026) |
L'impressione è che con i grandi problemi sociali ed ambientali aperti in Città e nel Paese l'approccio dato fin qui al percorso per la "Riforma dei Quartieri" di Bologna il Sindaco Lepore ha colto un problema reale ma, contemporaneamente, ha rinunciato a riflettere sulle ragioni profonde e strutturali della crisi in atto e ad intervenire per compiere un maturo e coraggioso passo avanti nella vita democratica e nella lotta per la giustizia e per la conversione ecologica.
Per capire questa critica sostanziale conviene fare un passo indietro.
A Bologna i Quartieri sono nati (nel dopoguerra) sulla base di istanze che associavano partecipazione e protagonismo delle persone ad idee forti di giustizia sociale e di emancipazione delle classi subalterne.
Il progetto originale voleva Istituzioni più vicine ai cittadini (15 Quartieri nel 1961, poi 18 dal 1966), affinché i bisogni "del popolo" e gli interessi generali delle comunità fossero rappresentati e pesassero nel governo della società in (ri)costruzione. Un processo per dare concretezza ai Princìpi generali ed alle finalità della giovane Costituzione Repubblicana e per coinvolgere donne e uomini nella lotta politica. Una sfida alta e democratica tra visioni e strategie diverse, proposte da forze social-comuniste e cattolico-popolari che avevano sconfitto il nazi-fascismo, in Europa, e la monarchia, in Italia. Sono gli anni in cui Bologna discute e si dota di piani urbanistici, di edilizia popolare, di aree verdi e collinari da preservare dalla speculazione immobiliare, di case ristrutturate, di servizi sociali diffusi, di scuole, asili e biblioteche, di ospedali, poliambulatori e presidi proiettati alla prevenzione ... Nei Consigli (a frequenza settimanale) si ragiona di bilanci e di piani poliennali degli investimenti, si confrontano domande sociali, priorità di spesa e risorse comuni ... Si pensa a consigli tributari, con l'obiettivo di ridurre elusione ed evasione fiscale per aumentare le finanze pubbliche da destinare alle comunità. E si intreccia l'agire locale con pensieri globali: si discute di diritti e doveri universali, di Vietnam, Cile e Palestina, di gemellaggi con città d'Europa e del mondo, di disarmo nucleare.
Poi, a metà degli anni '80, i Quartieri sono stati rivisti e corretti (da 18 a 9) quando si passa ad una fase diversa della vita e del confronto politico, sociale ed istituzionale del Paese. Pure tra espliciti conflitti sta tramontando, in parte rilevante della sinistra, la convinzione che il mondo possa essere cambiato: che "compito storico" debba essere governare la transizione verso una società nuova, di persone libere e protagoniste della lotta politica, per affermare ovunque uguali diritti e doveri. Di fronte alla crisi delle esperienze di socialismo realizzato nell'Est Europeo e all'offensiva neoliberista "meno Stato e più mercato" sta prevalendo l'idea riformista che per superare il sistema di potere "bloccato" dalla pregiudiziale anticomunista e caratterizzato da sprechi e corruzione, mafie e logge massoniche, si debba abbandonare pensiero critico ed azioni radicali, concentrando massima attenzione e impegno nell'amministrazione delle conquiste del dopoguerra, sfidando e scalzando dalle Istituzionali le forze politiche e culturali che per decenni le avevano occupate. E' in questo contesto nazionale che la Riforma dei Quartieri di Bologna corrisponde all'esigenza di "gestire al meglio" la rete dei servizi territoriali, la loro efficienza a fronte dell'alto indebitamento Statale, delle minori risorse destinate agli Enti Locali, delle nuove domande sociali effetto dell'invecchiamento demografico e delle evoluzioni culturali in atto. L'ultima revisione (da 9 a 6 Quartieri, nel 2016) è in continuità con questo cambio di cultura e di pratica (dal complesso "governo di processi sociali trasformativi" alla illusoria "gestione ottimale di servizi compatibili"), ma segnala anche chiaramente la povertà di una prospettiva comunque condizionata da scelte sempre più sottratte alle comunità: le risorse pubbliche e i beni comuni sono, di fatto, fuori discussione, dati da rapporti sociali di cui si prende semplicemente atto, passivamente. Dunque, una "sovranità" limitata (del popolo), una partecipazione comunque e sempre subordinata, subalterna a decisioni prese altrove.
Ora, sul finire del 2025 e all'inizio del 2026, colpisce che la scelta del Sindaco, che pure muove da questa evidente crisi politica e di ruolo dei Quartieri, non si misuri affatto con questa esperienza storica o con una sua (qualsivoglia) lettura critica e di prospettiva.
Né fa i conti con i diversi recenti tentativi compiuti, anche in Città, di sviluppo di "democrazia partecipativa" su importanti questioni strategiche. Né si misura con le grandi questioni del presente, con le energie positive presenti ed attive, con movimenti culturali e politici che manifestano, con soggetti sociali autonomi e propositivi.
Eppure non mancano esperienze "istituzionali", frutto di protagonismo di persone, associazioni, comitati e prodotto di conflitti (e, a volte, anche contaminazioni) con amministratori, gruppi consiliari, partiti.
Il Referendum cittadino previsto nello Statuto Comunale e richiesto da molti cittadini per dare priorità al finanziamento delle scuole pubbliche. Di fatto, mai riconosciuto e rispettato nel suo esito dalle Amministrazioni di Centrosinistra a guida PD.
I "Bilanci partecipativi" che per alcuni anni (dal 2016 al 2023) hanno raccolto idee, proposte e attività di associazioni e gruppi locali, successivamente selezionati dai cittadini attraverso il voto Quartiere per Quartiere. Con limiti subito evidenti: le sfide e le contrapposizioni che hanno alimentato all'interno di comunità bisognose soprattutto di maggiore coesione e cura e, soprattutto, essere confinate a quote davvero marginali, irrilevanti dei Bilanci comunali e degli investimenti pubblici.
L'Istruttoria pubblica sui Prati di Caprara sollecitata dal Comitato Rigenerazione No Speculazione per salvaguardare un polmone naturale minacciato dai propositi dei Governi e dei principali partiti nazionali che puntavano su una "valorizzazione" esclusivamente economica delle aree ex militari e demaniali allo scopo di fronteggiare l'indebitamento pubblico dello Stato. Che ha prodotto un effetto immediato con lo stop ai propositi di costruzione nell'area Est del Parco. Eppure (forse per questo?) mai più considerata per altri simili contesti su cui sono aperti confronti e incontri "riservati" tra Giunta Lepore e Governo Meloni (come le tante aree ex militari e del Demanio: Staveco, Stamoto, Perotti, Mazzoni, Masini, Sani).
L'Assemblea Cittadina attivata sull'emergenza climatica ed ambientale ed organizzata sull'onda della mobilitazione di Extinction Rebellion e del movimento Friday for Future, che pure ha prodotto un patrimonio interessante di esperienze e di indicazioni, comunque eluse dalle politiche e dalle principali scelte dell'Amministrazione (vedi le richieste di indagini ambientali e sulla salute antecedenti l'avvio dei cantieri sul Passante di Mezzo).
Da ultimo anche "i Laboratori e i Percorsi di elaborazione, ascolto e co-progettazione" sperimentati come risposta a movimenti, proposte e conflitti pro natura e pro cultura, per la salvaguardia del verde pubblico e contro il progressivo consumo di suolo e lo spreco di energia e materie prime. Sperimentati a San Donato "vecchio" (dopo la lotta per salvaguardare il Don Bosco e per rigenerare gli edifici delle scuole Besta) e a Savena (per raccogliere umori, interessi e prevenire nuovi conflitti rispetto ai propositi edificatori sui terreni della ex Caserma Perotti) sono risultati, per molti cittadini partecipanti, un esercizio stanco di tesi note, un confronto statico e privo di verifiche, di informazioni aggiornate, di interlocutori politici autorevoli. In sostanza improduttivo rispetto alle decisioni istituzionali e ai fatti in continua evoluzione.
Infatti al di là delle parole procedono scelte amministrative irresponsabili.
Con rare, positive ed apprezzate eccezioni: come la decisione di sospendere il progetto di parcheggio multipiano in Bolognina, tra via Saliceto e via Ferrarese, contestato con Sale in Zucca.
Come se la partecipazione e le mobilitazioni in corso non meritassero il dovuto rispetto e un adeguato confronto.
Dopo i ripetuti episodi di dissesto idrogeologico che hanno colpito anche Bologna e l'Emilia Romagna, le Amministrazioni locali perseverano in pratiche insostenibili di abbattimento di alberi e vegetazione spontanea, di consumo del suolo vergine o agricolo. Fingono di non capire che i cambiamenti climatici, l'alternarsi di siccità e piogge intense, sempre più spesso distruttive sono effetto di un malgoverno del territorio e di un sistema economico e produttivo che Antonio Cederna ed altri "maestri" di ecologia denunciavano già nel secolo scorso e che ora richiede una svolta decisa rispetto al "modello" della Motor Valley, delle industrie del Packaging, dell'agro-industria intensiva, della produzione - ricerca firmata Philip Morris ... e che non si riduce a scegliere la via del riarmo e dell'industrie di guerra.
Qui, come altrove, bisogna praticare conversione ecologica, abbandonare gli investimenti costosi su infrastrutture sbagliate (dal Ponte sullo Stretto, al potenziamento delle autostrade con terze e quarte corsie, al Passante di Mezzo o "possibile"), sull'uso costante di interstizi verdi, parchi e giardini per nuovi parcheggi. case o rioni residenziali, edifici commerciali, servizi, scuole e asili ... Comunque e sempre asfalto, cemento, mattoni o vetro!
Ci sono grandi aree industriali, artigianali, ex militari dismesse, abbandonate con edifici e capannoni che crollano ... Governare significa partire da lì per promuovere soluzioni di rigenerazione urbana degne di significato, di senso. Senza cedere alle speculazioni ed ai ricatti di grandi gruppi economici e finanziari privati che continuano ad arricchirsi a spese della collettività e dei beni comuni.
La sfida proposta oggi da molti Comitati cittadini e di scopo, da reti di associazioni e di persone libere e pensanti - a voler guardare, al di là dei diffusi pregiudizi - è questa: dal MuBasta al Bertalia Lazzaretto, da Resistenze Spaziali ad Ecoresistenze, da RECA ad AMAS ...
Ecco la sfida possibile e necessaria! Una Riforma dei Quartieri e delle Istituzioni perché queste istanze popolari e di liberazione delle persone e delle comunità dalla insicurezza del presente aprano una nuova pagina nella storia di Bologna e dell'Italia: una passione culturale e politica nuova che irrompe nelle Istituzioni e condiziona la lotta politica. Esistono altri antidoti capaci di superare le pratiche autoritarie e "negazioniste" presenti e di affermare un cambiamento maturo e irrinunciabile?
Storici sempre-giovani attivisti, politici ed Amministratori hanno indicato nel confronto avviato possibili percorsi di lavoro e scritto lettere aperte su contenuti qualificanti per promuovere una Riforma dei Quartieri all'altezza dei conflitti in corso.
Pare necessario, in buona sostanza, riconoscere che il problema (la crisi dei Quartieri!) è una grande Questione Politica e di Democrazia che esige un cambio generale di strategie e di pratiche gestionali o puramente amministrative.
Il contrario di quanto si è percepito dal Sindaco in carica, che volentieri ha ceduto il passo a delegati, studiosi e "volonterosi".
Purtroppo una "Riforma dei Quartieri" affrontata come tema specifico, avulso da contesti, conflitti sociali e politici in corso, cambiamenti istituzionali più profondi (vedi qui) è senza anima e prospettiva. E nella versione attualmente in discussione pare una presa d'atto realistica ma sostanzialmente acritica e statica della situazione.
Colti intellettuali, presentando il lavoro da fare, parlano di 3 saperi: "decisionale" attribuito ai "politici", "tecnico" attribuito a "professionisti", "esperienziale" attribuito ai "cittadini". E propongono "complementarietà" e "dialogo tra cittadini, politici e tecnici per mandare al diavolo tutti i despoti e i dispotismi".
Ora, anche rilevando che sostenere "complementarietà" e "dialogo" può essere considerato un passo avanti rispetto a pratiche ripetute di contrapposizione e di repressione (come ad esempio i fatti del Don Bosco o del MuBa nel Parco Mitilini - Moneta - Stefanini del Pilastro) o di onerosi risarcimenti chiesti da questo Sindaco ai cittadini per pratiche di legittimo ricorso a Tribunali competenti (il caso di AMO Bologna sul Passante di Mezzo) o di partecipazione critica e lotta popolare (come quella MuBasta), non può sfuggire la rottura politica e culturale di questa impostazione con Princìpi e indirizzi indicati dalla Costituzione Repubblicana.
Perché disegnare un "triangolo" dove il "sapere decisionale" è "dei politici e dei governi" è in evidente contrasto con il Primo Articolo dei costituenti che indicarono che "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Ma anche con tante esperienze vissute nel tempo passato, recente ed attuale, dove spesso cittadini liberi e consapevoli, associazioni, comitati, sindacati hanno sostenuto e sostengono soluzioni e scelte di governo critiche nei confronti delle decisioni di politici ed amministratori ma decisamente valide e ragionevoli, ancorché alternative. Così affermare che "il sapere d'uso" è "degli abitanti" prescinde da ogni "distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" considerata nell'Articolo 3 (e oggi più che mai presente in questo Paese e nel mondo) e, soprattutto, il "compito della Repubblica" di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Infine, attribuire a "professionisti e funzionari" il "sapere tecnico" pare quantomeno riduttivo dell'Articolo 9 che stabilisce "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica".
Dunque, il confronto avviato se non vuole essere una mera raccolta di sostenitori al sistema di potere in essere, va corretto e re-impostato come parte di una visione e di un Progetto culturale e politico di valorizzazione / sviluppo dei Princìpi e dell'Ordinamento della Costituzione Repubblicana, per rimuovere quella "costituzione materiale" che le classi dirigenti e dominanti hanno costruito nei decenni.
E conseguentemente occorre avere idee ed un progetto per una riforma complessiva della Istituzioni. Affinché Comuni, Province, Regioni siano più rappresentative, "aperte" alla società, accoglienti verso il protagonismo dei cittadini e le istanze che esprimono.
E' chiaro che i processi muovono in altra direzione, in Italia e nel mondo. Stando alla realtà locale, senza perdere pensiero globale, grande ed irrisolto è il nodo della Città Metropolitana: per il ruolo necessario di coordinamento, di raccordo istituzionale e di trasparenza democratica dei processi e delle decisioni di governo (oltre il "silenzio istituzionale" e la "gestione" puramente amministrativa). Oggi Bologna elegge (in una Città di circa 400 mila persone) Sindaco e Consiglio Comunale (sostanzialmente subordinato al primo cittadino) in un contesto metropolitano (di circa un milione di cittadini) che conta altri 54 storici Comuni (dei quali solo Imola ha tanti abitanti quanto la media dei Quartieri del capoluogo). Ma, allo stato, la scelta del Sindaco Metropolitano e degli amministratori è decisa direttamente solamente dal 40% della popolazione (quella del capoluogo).
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Una proposizione critica davvero molto interessante.
RispondiEliminaL.
Una città in crisi istituzionale? Che esprime un protagonismo critico extra?
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