venerdì 13 settembre 2013

Coop. Sei tu?

Di fronte alla crisi, l'idea e la pratica di cooperare e di unire risorse umane e finanziarie per sperimentare nuove imprese e forme di partecipazione attiva dei cittadini alla ricostruzione morale e materiale del paese pare di grande forza ed interesse.
Nel secolo passato, in particolare nelle nostre terre, molti lavoratori espulsi o discriminati dalle aziende private e pubbliche in cui operavano si misero in proprio, si unirono e fecero cooperativa. Professionalità, idee, impegno ed organizzazione hanno fatto nascere importanti esperienze, che hanno contribuito alla crescita del paese e offerto nuove opportunità a tanti disoccupati, in particolare giovani e donne.
È prospettiva valida, oggi e per il futuro?

Molti fatti, nazionali ed internazionali, portano a sostenere che si, nuove esperienze cooperative possono costituire una risposta ai problemi ed alle contraddizioni del presente.
1. Domande sociali forti non trovano soggetti privati interessati a sperimentare soluzioni innovative e ad investire capitali.
Alcuni esempi: le risposte ai problemi di vita della terza e quarta età; molte pratiche per favorire l'inserimento degli immigrati nella nostra società; la costruzione e l'organizzazione di sistemi non inquinanti e sostenibili di mobilità e di qualità della vita nelle città; la promozione di sistemi di produzione, di distribuzione e di commercio degli alimenti più sani e locali. E' sbagliato pensare a cooperative di operatori socio-sanitari, di adulti e di anziani per la cura e la gestione degli ultimi decenni di vita delle persone e per fronteggiare dignitosamente i rischi naturali di una crescente dipendenza o della non autosufficienza? Oppure cooperative di insegnanti ed immigrati per l'alfabetizzazione e la formazione di cittadini stranieri alla vita nell'Italia del 2020? E, ancora, cooperative di giovani, di  anziani, di ambientalisti e di meccanici accomunati dalla convinzione che nei nostri territori ci si può muovere (più e meglio che nei paesi del nord Europa) in bici. Infine, cooperative di produttori ed ecologisti che credono e scommettono sul rilancio dell'agricoltura biologica e di prossimità per le loro famiglie e per i figli.
2. Imprese esistenti non garantiscono, per il futuro, produzioni strategiche nazionali alle condizioni attualmente richieste da leggi, diritti e domande sociali irrinunciabili.
Ancora esempi: la produzione di mezzi di trasporto collettivo e individuale non inquinante per ridurre l'inquinamento dell'aria ed aumentare il benessere dei cittadini, la produzione di acciaio ed altri materiali necessari per l'industria manifatturiera, la realizzazione di attività per la messa in sicurezza del territorio e del patrimonio immobiliare nazionale. Perché a nessuno viene in mente che gli operai, gli impiegati ed i quadri dell'ILVA potrebbero fare meglio dei Riva e della cricca di dirigenti di fatto che la gestivano? Non sarebbero loro più in grado degli attuali proprietari e manager di studiare soluzioni concrete ed efficaci per investire gli utili realizzati in impianti e produzioni che tutelino la loro sicurezza, quella dei loro famigliari e delle comunità vicine? Ed i lavoratori, i tecnici ed i dirigenti della Breda Menarini o della Grazia cicli non potrebbero scommettere di più sulle loro competenze rispetto a FIAT ed altri imprenditori disattenti ai nuovi grandi bisogni sociali e della umanità? E, per ultimo, i cooperatori occupati in realtà edili in crisi (o del verde) non possono convertire le proprie aziende (e rafforzarle, con nuove, utili professionalità) verso il recupero degli immobili e degli ambienti urbani, la loro messa in sicurezza, contro i rischi sismici e naturali?
Occorre, naturalmente, avere idee innovative e voglia di cambiare una società in cui ancora prevalgono conservazione e difesa del potere acquisito o presunto.
Anche nel movimento cooperativo organizzato bisogna guardare avanti.
Vincere la tentazione a resistere contemplando unicamente le imprese del passato, e scaricando le proprie responsabilità con richiami a Istituzioni e Amministrazioni locali (spesso amiche e che si avvalgono di uomini di provenienza cooperativa) a fare e dare ciò che non possono, non riescono e/o non vogliono. Una recente intervista su la Repubblica di Gianpiero Calzolari, Presidente di Legacoop Bologna e di Granarolo, evidenziava questo approccio.
Ma occorre anche saper riflettere e leggere i limiti e le contraddizioni di una esperienza che, oggi, non costituisce attrazione per troppi lavoratori, giovani, intellettuali, imprenditori.
Un grande tema irrisolto è quello della democrazia e della partecipazione cooperativa.
Quanti sono gli uomini soli al comando? In quante realtà pochi dirigenti dispongono di tutto? A volte (troppe) a prescindere dai risultati. Spesso, manager che hanno fallito, vengono recuperati per nuovi importanti incarichi, mentre soci e lavoratori con idee critiche (ancorché costruttive) vengono allontanati e licenziati. Non mancano gli esempi.
Anche realtà spesso indicate come esempi positivi (da Calzolari) propongono pesanti interrogativi.
In che modo si formano le decisioni, quali sono i percorsi di crescita della coscienza imprenditoriale, come avviene la selezione delle responsabilità sociali e di direzione?
Quante volte si sente dire "non c'è spirito cooperativo", "siamo (sono) aziende come tutte le altre".
Si discute adeguatamente di tutto questo?
Soprattutto, si opera per affrontare situazioni che preoccupano?
Legacoop e Confcooperative, sembrano occuparsi d'altro.
Attenzione.
Democrazia, partecipazione dei soci e dei lavoratori alle scelte ed alle problematiche aziendali, apertura a nuovi bisogni e domande sociali non sono altra e distinta cosa dalla capacità di sviluppo e di affermazione di imprese sociali e cooperative, oltre i limiti ed i confini presenti.
Solo partendo dalle esperienze vissute e unendo risorse, pensiero ed impegno si possono percorrere strade inesplorate ed affermare nuovi esempi capaci di imporsi: Coop siamo noi! Noi tutti, che vogliamo un mondo migliore.
Non pochi "cooperatori", che magari hanno costruito storie importanti e che una volta arrivati, pensano più a gestire il loro futuro piuttosto che quello di soci, lavoratori e nuovi cooperatori.

2 commenti:

  1. La cooperazione è un tasto molto delicato sul quale non si ama soffermarsi .. eppure è stata la cooperazione che nel passato ha dato spunti nuovi e ha creato legami forti da produzione e direzione ... eppure ormai è tutto dimenticato e nelle cooperative si riproduce esattamente il meccanismo di chi ci governa da anni, difendere il propri privilegi e affondare le radici sempre di più nella capacità di detenere il potere ... però una cosa è giusta Gianni, la Coop siamo noi , così come siamo noi quello che ci circonda.. e se volgiamo qualcosa di meglio dobbiamo metterci in gioco!
    Manuela

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